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MODA  ·  02. luglio 2026

La sfilata The Devil Wears Brera svela i talenti del futuro

di Laura Frigerio

L'Accademia di Belle Arti di Brera è una vera istituzione culturale, che quest'anno raggiunge il prestigioso traguardo dei 250 anni dalla sua fondazione. Passano gli anni, ma la sua mission continua ad essere la stessa: essere culla di giovani talenti. E così lo scorso 18 giugno i suoi spazi storici sono stati palcoscenico d'eccezione per la sfilata finale del Biennio Specialistico in Fashion Design intitolata "The Devil Wears Brera”. Una sfilata che nasce come espressione autentica dello spirito di Brera, dove linguaggi e discipline diverse dialogano in modo spontaneo.

La sfilata è stata un invito a esplorare l’identità, il carattere e la visione dei designer emergenti attraverso collezioni che riflettono ricerca, ironia, sperimentazione e consapevolezza progettuale. Ogni studente ha portato in passerella un immaginario personale, trasformando il corridoio storico adiacente all’iconica aula 55 che si affaccia sul segreto Cortile della Magnolia in un luogo di narrazione e di confronto tra estetiche, materiali e linguaggi.

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Scoprite insieme a noi gli studenti che hanno realizzato gli outfit che hanno sfilato in occasione di The Devil Wears Brera

Rita Ilaria Désirée Gottarelli – ha presentato la collezione Future Diva, ispirata al mondo delle pin up e delle showgirls con l’intenzione di trasmettere femminilità, sensualità e gioia di vivere, utilizzando colori decisi e ricorrenti forme a cuore

Francesca Iaccarino - ha sviluppato una ricerca sulle armature come simbolo di forza e protezione, ispirandosi alla figura di Giovanna d’Arco. L’armatura a scaglie è stata reinterpretata in chiave tessile attraverso l’applicazione di elementi trattati con silicone. 

Inés de Francisco - con Champagne Weather esplora la progressiva perdita della funzione protettiva delle strutture, utilizzando gli ombrelli rotti come simbolo della transizione tra protezione e vulnerabilità.
 
Susanna Giunti - con dei capi ispirati alla danza classica, esplorandone non solo la grazia e la perfezione, ma anche la fatica nascosta dietro ogni movimento. Pieghe, cedimenti e volumi si rilassano dopo la tensione, i tessuti raccontano quell'istante sospeso in cui il corpo ritorna alla sua naturale fragilità.

Shaima Abu Qaoud e Gilda Rita Fares - con APPROVED, una protesta non violenta contro l’identità di massa, che riflette sul bisogno di essere riconosciuti e approvati in una società dominata dall’immagine, dove il corpo diventa una superficie da modellare secondo standard imposti. 

Guanhua Wang - ha immaginato un Impero Ribelle oltre i confini del genere, ridefinendo il ruolo della donna all’interno delle strutture di potere, identità e società. La collezione racconta la leadership e l’autorevolezza femminile attraverso una prospettiva femminista, che celebra indipendenza, sicurezza e libertà dalle convenzioni imposte.

Junheng Li - con due look ispirati a High School Musical che reinterpretano l'estetica retrò americana del campus, unendo la spontanea nonchalance giovanile al rigore dell'alta sartoria. La collezione mescola pelle, denim sfrangiato e lana, con silhouette morbide che incontrano tagli anni '70.
 
Jia Junhe - ha realizzato un capo che utilizza il piercing come linguaggio espressivo principale, per esplorare le tracce invisibili che i traumi infantili lasciano nel percorso di crescita dell’individuo.

Thomas Pellitteri - con la collezione Pedine, ispirata al gioco Monopoly per criticare il consumismo e il sistema capitalista, in cui gli individui diventano pedine di un gioco che favorisce l’accumulazione della ricchezza. Capi ricchi di significato e riferimenti visivi al denaro, mettono in discussione la consapevolezza di questi ruoli e la possibilità di uscire dal gioco.
 
Maria Popescu - ha presentato la collezione Repetition Studies: Do I Have a Personality?, basata sulla modularità, con capi costruiti sugli stessi cartamodelli di giacca e gonna. Pur condividendo la stessa struttura, i bottoni a pressione permettono a ogni silhouette di trasformarsi. Le variazioni dei tessuti ridefiniscono forma, volume e movimento. 

 

Yuqi Zhang - con Soft Boundaries, una collezione che nasce da una riflessione sugli oggetti tessili domestici presenti nelle case cinesi degli anni ’90, come copridivani, tende e coperture per elettrodomestici. Materiali delicati, ricami e superfici protettive vengono reinterpretati in silhouette sospese tra protezione e costrizione. 

Sabrina Di Mito - con il progetto Sensuale Struttura, che nasce dall’intenzione di ridefinire il corpo femminile attraverso nuove forme sartoriali. La collezione esplora il mondo del tailoring classico trasformandolo in strutture sensoriali, dove la forma diventa potenziamento della sensualità. Un dialogo continuo tra struttura e morbidezza che dà vita a silhouette scolpite ma avvolgenti. 

Shuyue Ning - con un capo ispirato all’abbigliamento da lutto vittoriano, che esplora il rapporto tra controllo e occultamento. La silhouette strutturata e le proporzioni allungate riflettono la costrizione sociale, mentre pizzi consumati e texture frammentate simboleggiano la frattura emotiva. 

Yuqi Yao - ha presentato dei capi ispirati ai ricordi dell’infanzia, che danno nuova vita a vecchi tessuti attraverso un approccio sostenibile, trasformando la memoria in moda.

Asia Rastelli - con il progetto Seconda pelle esplora la dualità tra protezione ed esposizione, ispirandosi alla vita urbana e alle sue realtà più invisibili. La concretezza del denim incontra la leggerezza delle trasparenze, creando un equilibrio tra forza e vulnerabilità. Silhouette ampie, volumi avvolgenti, pieghe e tagli costruiscono un abito concepito come una seconda pelle. 

Mahya Mirmohammadi - ha presentato FERAQ - Inspired by the unattainable love of Iranian cinema, ispirata all’amore nel cinema iraniano: un amore che, sotto l’influenza di limitazioni e censura, raramente trova una forma di espressione diretta. La collezione riflette il conflitto tra il desiderio di connessione e gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione; un racconto di desiderio, attesa ed emozioni che sono costrette a manifestarsi attraverso strati nascosti e segni sottili. 

Kehui Zhang - con la collezione Lucid Dream, ispirata al film Alice nel Paese delle Meraviglie, con tagli e fasce sui vestiti per rappresentare l'estetica disordinata e romantica del mondo fantastico della favola.

Marianna Fasanelli - con una collezione che nasce da una riflessione sul valore della manualità e sul ruolo dell’haute couture nella moda contemporanea. Il progetto rielabora due elementi iconici della couture: il corsetto e il drappeggio. La collezione crea così un dialogo tra passato e presente, valorizzando il gesto sartoriale e riaffermando la manualità come elemento identitario e culturale della moda di alta qualità.
 
Giulia Campanale - ha presentato Center Mass, una collezione che nasce dall'urgenza di ritrovare il centro. Quando la routine e il peso delle aspettative erodono l'identità, l'individuo si allontana da sé, disperso, decentrato. Le silhouette oscillano tra solidità e futuro distillato: non abiti che nascondono, ma che rivelano la tensione di chi, colpito al centro, sceglie finalmente di muoversi.

Martina Sala - con Il Fine Giustifica I Mezzi, una collezione che nasce dal bisogno di raccontare i rapporti che si instaurano tra popoli e sovranità. L’ispirazione principale è il gioco del Ramino Machiavellico, per ragionare su come nella nostra società, alla fine, vince colui che oltre al fine ha i mezzi, proprio come con le carte.

Silvia Sparaci - ha presentato una collezione che esplora la percezione infantile come chiave per reinterpretare la realtà e l’identità attraverso il gioco e la creatività. Silhouette ispirate agli anni ’80, rielaborate in chiave contemporanea, danno forma a un dialogo tra memoria e innovazione. L’abito diventa uno strumento attivo di trasformazione sociale e percettiva, capace di instaurare una relazione dinamica con chi lo indossa.
 
Sergio Bao - con una collezione che reinterpreta l’abbigliamento delle popolazioni nomadi attraverso un design modulare e materiali tecnici ad alte prestazioni. Elementi removibili e strutture riconfigurabili rendono ogni capo versatile e adatto a contesti diversi, per un nuovo nomadismo urbano.

Luigi Desideri - ha presentato un abito manifesto contro l’oppressione e lo sfruttamento nel mondo del lavoro contemporaneo. La maglia urla un secco “No Slaves", mentre le scarpe rivendicano dignità rifiutando di "Don't work for two pennies". Il fulcro concettuale sul pantalone invece è un groviglio di chiusure che evoca una stringente camicia di forza. Il capo simboleggia la morsa soffocante delle dinamiche lavorative odierne, che privano l'individuo della propria libertà. 
 
Alessia Di Russo - con la collezione Aware Forms, sospesa tra streetwear contemporaneo, sartorialità italiana e design sostenibile. Aware Forms esplora una nuova idea di vestire fondata su trasformazione, durata e adattabilità. Realizzata con materiali provenienti da filiere italiane controllate e tessuti contenenti fibre riciclate, la collezione interpreta il dialogo tra corpo e abito attraverso funzionalità, ricerca e identità, accogliendo le diverse fisicità e modalità di abitare il capo. L’abito diventa un organismo in evoluzione.

 



Il Dipartimento di Nuove Tecnologie per l’Arte ha curato il DJ set durante la sfilata, insieme agli studenti Matteo Bugini, Brando Argenio, Francesco Flaibani, Yingke He, Hepeng Sun, Ziru Wang,Yingke He, Yixin Liu, Yueying Wang, Fabio Samela, Gabriele, Kasra Ghazi Asgari, Zhuoxuan Li, Bowen Liao, Mariana Oliboni, Nicolas Basso, Hepeng Sun, Dayou Xu, Yajie Zhou, Yiyao Li, Yujia Wang, Xijia Yang, Bing Yao e Nassim Arefi che si sono occupati della produzione di foto e video dell’evento.

 

 

 

 

 


Photo credit: Fabio Spinelli @urban_shutter_mi (per gli scatti in cortile) e Visual Crew Agency (per gli scatti in corridoio e backstage)

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